OLTRE IL SIPARIO

Poesie di Fabio Poggiali

prefazione di
GIORGIO ALBERTAZZI

 

 

 

“ Il più bello dei mari è quello che non navigammo,
il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto
il più bello dei nostri giorni non l’abbiamo ancora vissuto,
e quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto
(Nazim Hickmet)

 

Il poeta è un fingitore
finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
(Fernando Pessoa)

 

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
(Wislawa Szymborska)

 

 

 

Prefazione di Giorgio Albertazzi

La poesia di Fabio Poggiali (multiforme ingegno, dall’arte attorale alla saggistica e ora al verso) è un diario d’attore, non nel senso di una testimonianza dei modi e degli schemi dell’arte del palcoscenico, né delle scelte professionali, bensì delle “cose della vita e del cuore” che costituiscono gli itinerari che egli percorre guardando il mondo e soffrendolo e che danno linfa e “ispirazione” al suo essere attore ed esserlo nel modo in cui egli lo è, con passione e ideologia.
Tutta la poesia è poesia d’amore (e anche questa di Fabio Poggiali lo è), ma c’è quella (fra le tante specie) che è prima suono ritmo canto, poi parola - e c’è questa di Fabio che è prima flussione affabulante discorso parole che si inseguono, si arrovellano si accartocciano per distendersi poi in un grido teatrale o un’evocazione (Eva Eva mirabili tremori infantili...), in un ininterrotto monologo che ha le suggestioni di un sottosuolo dostoevskiano

Mentre la notte mentre la notte
Verbosità incallita di un agghiacciante
museo delle cere ascoltatemi:
l’atomo fra poco farà saltare le vostre arrugginite budella...”

e la rabbia e il candore e la nostalgia d’innocenza di certe sequenze della recente poesia americana dopo Ferlinghetti e Corso.
Il teatro entra spesso dalle quinte del discorso di Fabio soprattutto con i volti e le smorfie di alcuni collegi di cui egli disegna ritratti che rivelano la “Persona” più che la maschera. Fabio sembra attratto dall’artista più che dall’attore: egli semmai si pone come tale (“
Dopo il provino”) nel senso che agisce all’interno di una travolgente bisogno d’esibirsi.
Le poesie che preferisco sono quelle in cui si insegue un fantasma femminile con un amore che non è mai paritetico ma sempre sperequato, come se “lei”, donna o fanciulla, fosse sempre una femme fatale. “
Cosa vuoi da me?” è una bellissima ballata d’amore che si potrebbe anche cantare, forse, così come “Eva”, mentre “Falk-Land” (il gioco è sottile) è la descrizione in versi di un’isola più che di una fortezza, un’isola irraggiungibile proprio perché una volta raggiunta ridiventa remota.
La cosa che più sorprende in questi versi è comunque la loro pienezza, la loro tenuta formale. Come i sonetti d’amore di Neruda, queste poesie di Fabio si snodano le une dalle altre come da una matassa ben filata a formare un vero discorso poetico di forte impatto.
C’è qualcosa di perentorio in questo denudamento sadomasochistico, una volontà di affermare una vocazione alla scrittura.
Oltre il sipario” è il titolo, ma potrebbe essere anche “dopo il sipario” o “dietro”: di fatto il sipario come metafora c’entra e molto nella scrittura di Fabio Poggiali. Teatro come “fingere di fingere”, come denudamento e insieme come sclamazione di sentimenti e di idee (che nascono anch’esse, come sembra credere l’autore, dai sentimenti appunto).
C’è nella raccolta una poesia dedicata a me che si intitola “
Il toro Gi e il Torero Gi” dove a ben guardare Fabio mi ruba l’anima, per così dire, e la mette in versi bellissimi. A parte la sintesi del “duende” come impossessamento e spossessamento del mio essere attore (toro e torero), l’evocazione baudelairiana del “je suis la plaie et le couteau/ Et la victime et le borreau!” è anche e soprattutto il rispecchiamento (fragilità e ambivalenza, ardimento e candore) dell’Autore stesso, artista e attore.  Per cui vorrei concludere dedicando a lui o restituendogli la chiusa dedicata a me:

“ lasciando uscire ed apparire
con innocente maestà
golosamente candido
uno spettinato pulcino
Quello sei tu”

Appunto, Fabio. Un abbraccio.

Giorgio Albertazzi

 

 

SCRITTURA AUTOMATICA

 ( scritta la notte in cui morì  mio cugino Massimo)



Sguardo ferito notturno lievemente triste
silenziosamente assorto
cosa nascondi
verità di un egoismo assonnato
o fremiti d'amore violento mai gustati
un gelato pigro di un bambino sdentato
basta basta! Voci dai muri vicini gridano
ma l'acqua del rubinetto non smette di lagnarsi
e la cieca ottusa malignità affiora
il mondo precipita dal tempo totale
giornate senza sale
logorroiche sequenze denunciano
celesti maglioni di lana ti guardano addensati
insolubilmente eviti disperati amplessi ma...
L'intervallo si chiuderà e non farai in tempo
a capire il punto interrogativo
Devi - non devi - oziosamente mediti
la mano rugosa incollata al bicchiere
Alzati alzati ma il grigiore desolante di una piazza deserta
compare furbescamente nella mente granitica
e il sasso che lanci - Forza! Forza! -
non arriverà a destinazione: sottoterra respira
una patata cosciente fra poco estrapolata
e condotta sul patibolo di un corrotto coltello da cucina
Per pietà imbalsamata corrusca
fradicia impossibilità e madornale errore
sgattaiola solitario poi entra in un film muto
l'ambigua mano di una giovane ragazza brutta
raccoglie i cocci spazientiti di inespressi vasi
Ahi! Dall'alluce nudo una stilla di sangue rosso
rosso sangue ricopre la mattonella bianca polverosa
uno stupido cane rincorre un atomo un mosaico un tendone
Perché non capire dove finisce il mare...
La sabbia retrocederà ormai si è arresa
ma il bastone calunniato ferirà
e un grido lancinante mostruosamente umano
squarcierà questo silenzio pazzo miserabile voluto
Chimere esaltate fiori di molluschi sognando
labirinti e api fertili sgozzate
da lame di fiorai ormai
Mentre la notte mentre la notte
Verbosità incallita di un agghiacciante
museo delle cere ascoltatemi: l'atomo fra poco
farà saltare le vostre arrugginite budella
e il facinoroso sorriso di una estate ritmata
Dimenticate l'ormeggio: l'ancora è stata divorata
costruiamo insieme il passato se volete
ma ridete ridete: è la fine
è la fine! Non vi basterà più gridare
Sanguinerete e sgretolerete fluidi
come mercurio del termometro rotto di nonna Amelia
ricordi ricordi - E' la fine E' la fine -
Pazza - Mancano litri di tempo - Un litro di tempo -
E' l'ultimo bicchiere di vino sdolcinato -
Vecchio asino maledetto
come quel naso ormai...
Morte
Silenzio
Silen...
Sil...
Si

 

 

FUGA


Carcerieri in bermuda isolano il tempo
di un registro olfattivo diverso dal tuo
Morirai di giugno o d'aprile?
Incrociando gli sguardi il mondo ritagliato
appare celeste camuffata illusione
o grigia maschera reale
Apportatore di serenità un alito ignaro
riscalda il quadrato orgogliosamente lucido
dove
una pallina da ping-pong picchia sul velluto verde
imbrattato di marmellata
Martoriando i denti pazientemente fissi
foto smarrite ricordano lampi di nessuno
Intercapedini mutilate di un ostracismo efferato
parzialmente seguaci di particelle di vita
sulla pelle colorata di loquaci tatuaggi
Lo sbiadito orologio di un cucù demolito
è ignaro di assurdi voli di ali di coppie di amanti
e impassibilmente cancella brandelli di vissuto inquieto
Uno squalo pirotecnico corpo femminile
affondato in un letargo di osmosi felina
immortalando pensieri naviga tumultuoso
nella sfera arcaica pesantemente digerita
dalla vegliarda sul dondolo
La rivista sgualcita incornicia orina di topi
angolari furibondi
Mura squassate da ormoni lacerati
manifestano indifferenze asfittiche
da suoni stimolati bevuti goduti
che fungono da testimoni non oculari
Ma la gola reclama cibi sconosciuti da battiti lontani
nell'ora passata
quando di nero muta si veste la stanza intatta
e il cervello di sonno riempie le sue branchie
anelanti libertà

 

 

SPECCHIO INVISIBILE ( ad una penna)

Nella stanza imbevuta di buio
le mie mani dispiegano parole
i miei occhi dimentichi di te
seguono la penna ombrosa
le mie spalle non giovani
sorreggono blande braccia
la mia bocca severa chiusa
nel destino impietoso
impassibile nega all'alito un'uscita
Un attimo mi fermo
sembro incuriosito
lesto ripiombo nel monotono esercizio
Che mai desidera una penna?
Nel non vaneggiar la vita illude
di ciò lei forse sa
Le dita come ali esauste
di gabbiani smarriti soffrono in silenzio
e la mente lucida sol d'acqua
s'arrovella piano

 

 

 

 

ETCIU' ( a mio padre)


Lo starnuto su una mano
debole e mal cresciuta
rimbomba nella stanza polverosa
nessuno lo ascolterà un giorno
che non è - forse - troppo lontano
ma il vertice del pudore
si è squagliato ormai e tuttora mi zittisce
Se solo sapessi come ricongelarlo
Il tempo lo ha provocato
dell'egoismo superficiale e ingordo
rimedi non li conosco
conosco a posteriori
i drammi mai vissuti
solo in sogno o nella mente
Testardo epitaffio mi confonde
le pupille mentre squilla
l'inutile telefono allontanando
per poco (per pochi secondi) il rimorso
che mi stempera crudo

 

 

BECCO GIALLO ( a un merlo)


Avvicinarsi alla morte evitarla
per poche maledette ore
Controllati dal falco di una mano
segni di ripresa trionfalistici
Alchimie scongiurate non esorcizzate
Scontri inevitabili in paludi asfaltate di penne
Piste egocentriche di effluvi d'escrementi
occhio asciugato strappato estinto
mattinate operose vertigini occulte
notti totali avviluppate
calore
di torture chissà
fischio invisibile immaginato
imperdonabile (ahimè) gusto amichevol-paterno
di veder volare un merlo dimezzato
sorpreso stecchito in gabbia di lacerato cartone
Se...

 

 

 

17-8-91


Una valigia verticalmente assopita
sul treno che russa e fischia
granai deserti verdi alberi estivi
passi felpati di gentilezza non gratuita
giornali da dimenticare
caseggiati in lontananza tendine ripiegate
un pensiero materno
un altro sessuale
un bisogno
Tutto qui

 

 

PER TE


Imperscrutabile isola femminile
nei tuoi lineamenti morbidi e neri
lievemente pigra affondi su un cuscino bianco
le tue stanche nudità di avorio pregiato
Il labirinto svelato dalla possessione
emerge inatteso sul flusso viziato
dai ricordi naufraghi di desiderio
mentre naviga assorto
nel tuo lento mattutino risveglio
il presentimento di un delirante esausto capriccio esaurito
Contemplandoti pura come ninfa marina
ascolto i miei denti digrignare
dal commosso e impudico disorientamento
Accarezzandoti piano
le tue mercuriali caviglie diafane
la mia mano è ora vessillo
di compiacimento masochistico
Ignara dei pensieri di ciclica contemplazione estatica
ti muovi tenera
e maliziosamente declini il corpo
per mefistofeliche congetture
Assaporare nel tuo felino schiudere le palpebre
una lacrima di amore postumo e eternamente candido
ti rende sazia di imprigionare la certezza
del mio romantico squilibrio

 

 

MONI'


Da quel rossore imprevisto
sei pane quotidiano
per bocca famelica
non più pigrizia sfibrata
da muri imbrattati
che assorbivi e miagolavi inquieta
nell'atmosfera precaria di un vuoto d'attesa
Vergine stordita da candori violenti
(da voglie lontane di carezze)
solo tu ricostruivi paziente con polsi slegati
dall'immaginazione il mosaico di affinità demolito
da neve troppo bianca all'occhio delicato
Ora ti vedo già trentenne
metà bambina e metà cicogna
fedele al tuo sangue d'altra vita rotonda
preoccupata di un morso di zanzara
o di un colore inconsueto di che ti è caro
Il tuo viso muta come allora presago di sospiri
e di umori ma ora sei sicura
nella notte che diluisce i pensieri
dei rumori intorno alla casa
dei battiti frenetici del cuore
Silenziosa e assorta accarezzi l'idea di non ambire
a nient'altro
tu mosca imprendibile del mio cervello
che ispezionarne incontentabile gli anfratti

 

 

GENTE


Gente di docile aspetto
intrigata d'affari
Gente persuasa d'amore
convinta di tutto
Gente di terre lontane
forestiera di solitudine
Gente di questa terra
amica di falsa amicizia
Gente nocchiere del fato
pazza di sesso e di male
dove il mare scompare
dove la terra sconfina
t'immagino cara desolata
naufraga del tempo

 

 

 

SKRI LANKA


Incompletezza di malaugurate risposte
estinte da aliti
mugugni
Presagi di caos d'una gatta in calore
Cortesie di sguardi in un letto novembrino rimosso
Sorridi: vellutato squilibrato ormonale
di Lei è sotto la lampada ora
Gridolii gemiti inarticolati miagolii
Skri Lanka contorcendosi
non pigramente anzi
Due spigoli di legno scardinano il sogno
una zampa un artiglio un sesso animale
Rifugiato in un lager matriarcale di buio
appare scompare tranellescamente gatta
La radice dilatata di pupilla umana odora soffrire
il calore di una gatta
Esistere oltre il linguaggio
in un gemito inarticolato di vagabondaggio
Coda sincopata fluida
In cucina riascolto il suono e la pelle mia
mescola trita la sua tragica giornata
di banchetti intimi martirizzati

 

 

ELE'


Vagabonda assetata di sangue d'oro
ciclico sorriso di caffè delle 9 imperlato
Timbrando orme in un labirinto svelato
rincorri su sabbia di libri mulinati
orizzonti di pause sguardi abbassati
stralunate smanie d'alitare
Di là un neorospo - se preferite -
l'ultimo per trasformarti in statua
è sullo scivolo che il mosaico da comporre slitta di continuo
Un blocchetto rosso nel dorso del cappotto
al cinema-rifugio lacrimare di buio libero immagine
Saluta impallata forse tagliata nella palafitta
di burro ghiacciato
al telefono inquinato voce scialba
L'alba è scomparsa
è caduto un biscotto
il caffè si è freddato
Parcellizzare la sorpresa
vorace interscambio di idee
Perenne scacchiera con pedone androgino
borsa a tracollo scarpe basse
e criminale candore di svenare il re - Elè

 

 

 

13° ESAME UNIVERSITARIO


Vergognosa sapienza laterale
pedissequo allontanamento minato di lenti opacizzate
fessure inspiegabilmente atone
miste a capsule di ultracentenari impazziti
legno tagliato da luci pomeridiane
nel malore mai vergine ossuto affannato
Pigre manifestazioni di collerici approcci
manifestano latenti in me opzioni d'amore
Incrociare gli sguardi subirli o
vivere solo per essi
In una flemma incastonata di coccodrillo
rivedo burberi
maliziosamente benefici
di notte inconsciamente agonizzo emozioni
di libido a squillo ripetuto
Precoce tendenza di vortici reiterati
nel buio nel silenzio nell'assordante nudità
Allontanarsi in una goccia di sudore lacrimante
o miseramente approcciare carni incaute nervose
di morbide lane consunte
Nella pioggia estiva che esala il vacuo vapore
d'incertezza
orgogliosamente navigo nel desiderio assoluto

 

 

 

FORSE UN GIORNO ( a Mariangela)


Forse un giorno
questa lacrima d'amore ti bagnerà
Sarà bellissimo
Cadrà senza avvertire
Dopo un lungo percorso sul mio viso
toccherà il tuo che ancora giovane
non mi ha mai sorriso
Il pianto di un giovane innamorato
Sarà bellissimo
Come un fiocco di neve al sole
al contatto con la tua pelle lunare svanirà
ma tu ne sentirai tutta l'essenza
il dolore la rabbia la fine
di un incubo
E comincerai a piangere tu
Una lacrima d'amore
uscirà dai tuoi immensi occhi neri
lambirà il tuo nasino delicato
scivolerà sulle tue labbra rosa
e assaggerai quanto è amaro l'amore
Scoprirai mondi sconosciuti di dolori opprimenti
e il tuo corpo compiacendosi ne soffrirà
ti sentirai naufraga sommersa insignificante
vuota come una camera rimasta vuota dopo un trasloco
Sarà bellissimo
Imparerai cosa significa essere innamorati
di un amore possibile solo a degli occhi
perennemente lucidi
Forse un giorno
E' notte

 

 

DOPO IL PROVINO


Un'attesa vuota paziente e malinconica
mi sembra di digerire in questa fredda
mattina di dicembre
Ascolto il silenzio stupirmi
gli occhi acuti e taglienti dei venticinqu'anni
fissano da ore
quel punto preciso al di là della strada
che riempie con il solo guardare
tutto il mio essere
La regista lesbica
s'è innamorata di una italofinlandese
dopo il provino è ancora su
Il mio occhio vigila forse come il suo
E' in gioco
un'illusione di felicità
Le ore passano
i presentimenti fingono di non apparire
La bellezza della ragazza naviga nel mio sangue
come forse in quello della regista
Vorrei
parlarle ma l'incontro si disperde
in una coincidenza mancata
con fisiologici rimorsi

 

 

AQUILONE ( a me stesso)


Un filo lunghissimo separa il bimbo
dall'aquilone verde
nel prato morbido su cui corre e che si confonde
Ha un berrettino giallo il bimbo per resistere
al sole scintillante che si confonde
Dopo pranzo smanioso è scappato nel prato vicino
il bimbo dagli occhi golosi e celesti
non è certo il cielo estivo
il bersaglio del suo sguardo
ma il grande aquilone verde giallo celeste
regalatogli per il suo compleanno
Il vento non soffia
ma il bimbo corre veloce sull'erba asciutta
Poi si ferma di scatto
e alza gli occhi al suo aquilone
Ripete la corsa una due tre cento volte
cambiando direzione e movimento
ma il vento è lieve
e l'aquilone scivola sempre giù pigramente
fino a toccare l'erba soffice
Imbronciato e deluso
il bimbo arrotola sbuffando il filo bianco
fino a coprire la sua manina liscia
da lontano una voce lo convince a rinunciare
<< Per un attimo mi sembrava di averti fatto volare
Se solo ci fosse stato più vento >> pensa il bimbo
rivolto al suo aquilone
che saltella allegro alle sue spalle
Quando una patata cade dal tavolo da cucina
il bimbo rincasa mogio
Il suo aquilone sulla finestra è ora
preda di Vento sinuoso soriano grigionero
Dietro si fa sempre più buio che si confonde

 

 

IL TORO GI E IL TORERO GI  ( a Giorgio Albertazzi)


La costellazione dionisiaca colma i tuoi occhi
da monellaccio toscano
il sogno affiorato da una zampillante fontana
ti tramuta in toro e torero
la sfolgorante audacia del torero folle
che schiva e ferisce nasconde e si offre
ma pur del toro
che scalpita e sanguina si raccoglie ed esplode
nell'arena gremita
che furoreggia e grida
sconnesse frasi di orgasmi feroci e di acuta violenza
fino all'attimo fatale
in cui si realizza il desiderio rimandato
di colpire ed essere colpito
di violare ed essere violato
di vivere e morire
con la folla schiumosa sfrenante e senza partito
che inonda l'arena
perché il toro e il torero
cioè tu e ancora tu
mischiati e penetrati uniti e indissolubili
portati in trionfo dalla folla delirante che li solleva
volteggiando nell'aere
iniziano con inesauribile forza
la rincorsa dell'attimo dell'osmosi fatale
che fugge con alati pattini d'avorio
ma che sa di essere inseguito dal toro e dal torero
cioè tu e ancora tu
ormai indistinguibili e trainati dalla folla impazzita
l'attimo che fugge
di rado si volge e fa sberleffi
mentre il toro ed il torero
che rincorrono impavidi ed estenuati
inciampano ma si rialzano
cadono e si riprendono
soffrono ma resistono
e tengono bene la scia dell'attimo
fino quasi a raggiungerlo e finalmente a toccarlo
cozzando con foga smisurata:
l'enorme uovo planetario che tutto contiene
e che vi contiene si frantuma e si schiude
lasciando uscire ed apparire con innocente maestà
golosamente candido
uno spettinato pulcino
Quello sei tu

 

 

NON SO PARLARE A UNA DONNA

(a tutti gli innamorati)


Non so parlare a una donna
quando m'accorgo d'amarla
il silenzio m'inghiotte le parole
le labbra serrate non s'aprono più
Vorrei dirle Ti amo Ti amo Ti amo
il calore del tuo corpo m'inebria
il giardino nei tuoi occhi m'illumina
il biancore del tuo viso mi stordisce
Ti amo Ti amo Ti amo
i tuoi polsi le tue caviglie i tuoi denti
sono dentro di me li guardo
fanno parte di me
vivono come germogli fioriti dal tuo sguardo
La tua bellezza lunare è nel mio sangue
il fluire di te in me mi fa respirare
Solo il tuo sangue che è tuo mi dà vita
Non riconosco nessuno senza di te
la vita è in te e io posso vivere
solo con te e per te
La certezza del mio amore
non deriva che dalla stessa mia vita
ucciderla sarebbe uccidere il tuo sangue il tuo amore
E' l'unica certezza di vivere
e d'amare te che mi fai vivere
i tuoi capelli le tue spalle il tuo seno
rubano in me ogni emozione
il tuo sonno i tuoi sbadigli i tuoi starnuti
mi sono cari come i tuoi sorrisi
riflessi di bianca verità
L'unica necessaria indispensabile
ragione della mia vita che è tua
e solo tua
Il battito del mio cuore che è tuo
puoi fermarlo solo tu
Solo tu
Ti amo Ti amo Ti amo
Scrivere nell'acqua questo mi resta

 

 

MISTERO


Bianca vestaglia di settembre ombroso
chi cerchi di camuffare?
un ragazzo ferito da un orgoglio ormai spaurito
un bimbo nato
un padre invecchiato
ma cos'è
la bianca vestaglia di settembre ombroso
E' l'infinito è il mare la morte
nudità angoscianti
impreziosita da labbra troppo colorate
troppo
Ecco il momento: è passato
la bianca vestaglia di settembre ombroso
saluta e se ne va
Il vuoto impera

 

 

IERI


La finestra rotta: fuori c'è la vita
Che rimane di noi
al di qua della finestra
baratro sabbia cielo o...
La finestra è impaziente di rimanere... rotta che dico
appena un soffio
un gelo un tic d'orologio
e la vita fuori la finestra rotta
fuori c'è...
Orchestrali davanzali impauriti
anziani vasi di fiori inesistenti
purgati dal terreno
e un fischio lunghissimo che stordisce
il pensieroso organetto
La minestra non fuma più
Basta guardarla

 



 

NATURA


Ruscelli svogliati d'acqua pura
nel fragore saporifero di campagna
Cimiteri di fiori incantati dal sole
Grilli festosi con sintonie differenti
Mentre il cielo vi avvolge
il mio cuore vi riscalda
quel tanto da perpetuare
un calore primaverile
incerto ma mai domo
Splendida natura
sgombra di messaggi inquieti e di falsità
accoglimi come l'ape attirata dal nettare
e celami nel tuo rifugio segreto

 

 

 

 

A NICK NOVECENTO


Improvvisi bagliori mattutini
congelati da vertigini d'amore
nell'aprile ferrarese
Candido leggero bianco appari
angelo celeste dalle orecchie a sventola
presago
di morte
<< Domani parto Non vado in montagna
E tu non verrai con me>>
Poche parole limpide
come il riflesso di un cigno sul lago
- Sono innamorato - Nick - di quella ragazza laggiù -
<< Confondere le banconote con la pastasciutta>>
Le ultime sue parole confuse disperate
enigmatiche come il suo viso vergine
di emozioni
di violenza
di pesantezza
Nel casto spegnersi del sogno
librasti etereo furfantello

 

 

LOS ANGELES


Gli spazi
i sorrisi
la difficoltà della lingua
le incazzature
la Coke
le strade larghe
l'ospedale e le sue grida
un rito buddista
il biglietto aereo perso
la stanchezza del viaggio
l'arrivo di notte
l'autobus che non passa
i ristoranti italiani
i froci
il ghiaccio
le automobili lussuose
il fantasma dell’opera
gli spari a vista
le donne americane
brutte fino ai 25 anni
belle dai 25 ai 35
King’s Road 1407
Sunset Boulevard

 

 

DO MINORE


Sei nascosta dentro qualcuno
tu dalla voce limpida
notturno e pigro malessere
in una gabbia impazzita
il tuo viso le tue mani il tuo sorriso
crescono a brevi stagioni
i lampi del fuoco stonato
la rabbia per un viaggio perduto
e ci sarà mai un giorno
un giorno intero e perfetto
le mani toccheranno le mani
il cuore ripiegherà su te stessa
un brivido percorre nel tempo
gli occhi distratti esalano sangue
Per una carezza un uomo s'annulla
era giovane e bello
non conosceva l'amore
Il rifugio più sicuro
adornato di solitudine
il mantello più largo
di un veliero smarrito
Ritornerai a te
senza sospetti e clamori
saluterai il mare
chiuderai la porta
e mi lascerai solo
Così per gioco

 

 

 

FALK – LAND ( a Rossella Falk)


Falk- land
conservi tenacemente arroccata su te stessa
la grinta dei giorni d’Accademia
a proteggere il tuo fortino isolato
Arrivano i nostri...
Fai abbassare il ponte levatoio
Venere accorre
Edwino saluta
un inchino
al colonnello Mino
al sergente Rino
al granduca Pino
al colonnello Tonino
Un pistacchio poi un bagno in piscina
Le prove
i nervi che saltano
i lustrini che si staccano
la tua risata ambigua
la tua camminata altera
il tuo collo da pirata
il tuo viso etrusco
<< C’è da vedere una chicca al cinemino di Zagarolo-land>>
Fai alzare il ponte levatoio
Poi la prima
l’attesa del “Chi è di scena”
e quel saluto che ti facevo con la mano - ricordi -?
prima del Boom...erang
Eravamo solo noi due a proteggere il fortino
a scambiarci il respiro
a sparare i colpi del successo effimero
ad innalzare bandiere che non ci appartenevano
Eppure che soddisfazione
vedere il mio generale in gonnella
che suda ed urla e si danna
come il tenentino
<< Stringi le parole mordile>> - Spara -
<< Voce bassa toni bassi>> - Carica -
<< Pause troppo lunghe>> - Munizioni -
<< Guarda me Così>> - Spara -
Le tue tirate
I tuoi colpi
a volte alti
a volte bassi
E ora gli applausi gli applausi gli applausi della folla
Ancora uno generale Ross corri
Applausi
A cena non siamo più soli
c’é Romolo
Giorgio
Elsa
AnnaMaria
Peppino
Ecco arriva Luchino
<< Con loro ho costruito il mio fortino
E’ inespugnabile
nonostante gli assalti rancorosi
dei teorici della retroguardia coatta>>
Vada pure a riposare generale -notte
Io - contaci pure - sarò la vedetta stanotte

 

 

19:72 ( a Pietro  Mennea)


Volto santo d’uomo ossuto
folate imprescindibili
scatti reiterati
starter occasionali su piste malnutrite
sguardi nascosti di invidie e carezze
balzando sopra venti caparbiamente ostinati
urtando tacchetti esibiti e logori
un pirata cancella il vento
per un brandello di felicità
sgorga dal sangue del Sud
un breve-lungo-interminabile di duecento metri
correre all’infinito del mondo: 19:72...

 

 

MONTPARNASSE


In questa tristezza inquieta
del cimitero di Montparnasse
la tomba di Baudelaire
è davanti al mio sguardo
Le parole inseguono i fatti
i fatti inseguono le persone
le persone inseguono la morte
Fredda impassibile arriva
e se ne va

 

 

CASTING PARIS


Vivere di attese
nell'emergere infinito di caffè
meditando amplessi evirati
pazienti di mortali disincanti
vergini assopite dal sonno
bruciato di cadaveri intrisi di pudore
Casting vegliarde
brasserie polverose
infermiere di notte
Angusto il perimetrare notturno
nella ostile Pigalle di truffaldini slavi
Rendez-vous al café Beaubourg
di michelangioleschi sorrisi
Al Louvre il sogno della Gioconda
nascosto dai flash nipponici
capsule impazzite uova alla Francis Bacon annegato
Stephanìe s'è innervosita nel dopo teatro
con le mani incollate alle mie
Le Boxeur et la violiniste per la seconda volta
mentre gli sguardi dei neri -fieri di esserlo-
incontrano piovre parigine
A La Scala ci si perde di vista
in un inglese stentato con israeliane simpatiche
Sui metro' si canta prima di chiedere i franchi
Rue St.Denis attende clienti
da matriarcali slabbrate battone
Un attesa di un'ora
da Madame Julie Philippe
è lo spazio di scrittura
Allez! Le jeux sont faits

 

 

TORNADO, ( a Maurizio)


Top gun
Ogni sera
Rivedo
Nuvole
Alte
D’orgoglio
Oltrepassate

 

 

IL MODO


Se
sapessi
il modo
esclusivo
di rivederla
di riavvicinarla
di parlarle finalmente
dopo anni di suo ostinato silenzio
e di mio pretenzioso accanimento
non avrei forse - signori, chi è di scena! -
più il gusto di dirle che...

 

 

A 15 ANNI


A quindici anni
una ragazza pensa troppo
Sarà il tempo che navigherà incosciente
ad attribuirle il lusso di dare
ed ancor più quello di avere

 

 

A 75 ANNI ( a mia nonna)


L'ancor giovine nipote
- ma per poco - davanti la tv
demanda alla nonna sua vecchia - ahimè per poco -
E' Giulietta Masina un'attrice la conosci?
<< Noo figurati…! io non conosco me stessa>>

 

 

IERI SUL TRENO


Ho incontrato un bambino sul treno
Ieri
La madre tenera e grassa da Canicattì
colle ciabatte ai piedi fa da portabandiera
Siciliano con gli occhiali
solo ed indifeso legge Dylan Dog
- E’ orfano di padre, ha tredici anni...da quando ne aveva tre -
<< Voglio fare lo scrittore da grande
una bella macchina
una casa
una famiglia
e un po’ di salute
Non chiedo altro
Devo lavorare>>
Mi piace questo bambino
che forse non aspetta trenini a Natale
Gli parlo della Sicilia
di Pirandello
di “Nuovo Cinema Paradiso
gli propongo dei temini per il suo libro futuro
<< Anche la mafia la scuola lo sport
“ La vita siciliana” lo voglio chiamare>>
Gli regalo un mio libro
la dedica lo rende felice
Parliamo ancora
poi a Lugano ci salutiamo
si alza
lo bacio e scendo
sorride <<Che giornata meravigliosa oggi mamma
Ho conosciuto uno scrittore>>
Il treno riparte fischiettando
ignaro anche lui
che il piacere maggiore è il mio:
non ho conosciuto un altro io

 

 

IL SILENZIO DEL RIMORSO


Il silenzio del rimorso
muove inaspettate pedine
Perdurando scalini grigi
di un laghetto svizzero
riaffiora latente alle prove radiofoniche
adorabile creatura
mai amata per destini distratti
riaffiorante sempre
nel pensiero ciclico di trepidanti tachicardie
Applausi di fine second’atto
mescolano brusii invernali di sensualità

 

 

UNA FUGACE APPARIZIONE


Spessore romantico di te
dimentico di altri cieli estivi
una notte di lusinghe malcelate
ebbre di ansia e di solitudine
le onde del mare affievoliscono
bramose ed incerte
sabbia di lidi inesplorati
come te ieri
Rimarrà incerto
un fremito di nuvole
coperte e solidali
un ricatto ingenuo di riti fanciulleschi
nel ricordo aspro di montagne nemiche
Addio

 

 

BLU


Ascoltare getti di mare
in questa febbre di vivere
divora in me onde d’amore
eppur laceranti confini inesplorati
La gioia d’Ulisse s’incarna
in un veliero spaurito
ma fermo nella notte azzurrata
Al timone una sirena dorme
nel battito d’ali frementi
che annunciano ormai il chiarore
La boa è lontana
l’immaginazione inverte la prua
per un segreto percorso
che mira più che all’arrivo
al respiro del tempo
Confondersi è tutto

 

 

 

ULISSE


Ululati di mare in tempesta
ronzii di balene trafitte
palafitta per l’occasione
naufrago
di fame

 

 

 

AKRAGAS- ( a Pirandello)


Ergersi in univoco sembiante
calore di sgretolata novella
frammenti greco-romani di tufo ingegnoso
insidiato da fede sprovveduta
Devotissimo scomunicato liolà
che non riesce a capirsi
in un dicembre agrigentino
al convegno strappa la maschera
Nel tempio manicheistico della Concordia
si concrettizano le visioni di Cronos
Luigi è alla finestra del mito

 

 

FIERA DEL LIBRO TORINO 2003


3 adolescenti slavi con fisarmonica
attendono bus non colmi
Sorrisi spezzati da oro capzioso
negli sgaudi fraterni
coalizzano ferite e futuri
Il telefonino-giocattolo del più piccolo con cappello di lana
miete sorrisi e stupori malcelati al maggiore
Si stacca dai 3
Corina la prima
incurante di tutto come un lampo
sale sul bus con fisarmonica spiegata
La futura madre - dodicenne Corina-
con mani angolose e vissute
dalla vetrata del bus
prima di elemosinare musiche
volta il viso bellissimo ai fratelli che giocano
ma lo sguardo non coincide
se non attraverso il mio
<< 3 fratelli che vivono in una roulotte
senza la televisione
ma con la radio>>
Li ritrovo in un trafiletto il giorno dopo

 

 

NOTTE BIANCA A SAN PIETROBURGO


Vertigini di nausea per strade ferrate
In una kilometrica rincorsa Roma-San
Pietroburgo-Roma che si avvia a compimento
Sembra uscita dal dopoguerra Moska
i suoi cappotti grigi
i suoi denti d’oro
e gli sguardi spauriti e cattivi della gente
sopravvissuta all’orrore del regime tramontato
in ritardo
Nella fiabeska Pietroburgo
La Fontana emerge come un drago
Mentre recito
nella ineluttabile labirintica città
la traduzione vibra di umiltà e fame
Cerco di ingannarne l’eco con alibi testuali jazzeschi
Gli applausi finali incorniciano l’evento
Di un orgoglio italiano misto a cocciutaggine
L’evento si compie nel chiarore di una notte bianca

 

 

RUSLANA- EURIDICE


Da un hotel di Campobasso
il ricordo di mio fratello
ed il volto di Ruslana- Euridice
si mescolano in un pianto
doloroso, pudico, puro.
Avrei voluto vederti sposato, capitano.
Avrei voluto vederti sposata, Euridice
per librare il canto di Orfeo
Eppure, nonostante il tragico silenzio,
parlate in me. E i girasoli
mi sorridono.

 

 

IN UNA PAROLA  ( a mia madre)


E’ impossibile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore tutto assomiglio
Una parola - però - se ci penso
mi viene in mente giusta per te
Indelebile nella mia anima resisterà - sii certa -
al tempo dei giorni e delle notti
alle paure e agli incubi del domani
agli insulti
e alle false promesse del futuro
Correrà sulla spiaggia d’estate
rimboccherà le coperte d’inverno
saluterà gli amici e i nemici
camminerà con piedi scattanti
cucinerà qualcosa di buono
riderà per una gaffe ripetuta
sospirerà stanca in una stanza
girerà una maniglia silenziosa
stirerà camicie ribelli
riposerà senza fastidio per il telefono che squilla
abbraccerà spalle scontente
conforterà amori delusi
comprerà uova per bimbi-giganti
ballerà valzer in salotto
omaggerà familiari di fiori
applaudirà serate storte e fortunate
esigerà di andar piano con la macchina
ripiegherà un fazzoletto di seta
riscalderà un bricco di latte
ascolterà frasi e silenzi
curerà raffreddori ostinati
pregherà in una notte d’attesa
scriverà bigliettini d’auguri
sorriderà col viso dolce e materno
bacerà guance arrossate
penserà di parlare nel buio
asciugherà laghi di ricordi
ricomporrà una sola parola
- Grazie -

 

 

 

MAURIZIO- TOP GUN


Maurizio,
folgorato da un sogno giovanile
ebbro di serenità
fiducioso di destini giusti
misuravi le tue capacità
al soffrire - sentito doverosamente amico.
Avevo un fratello aviatore...
Scherzai un giorno e lo scrissi di nuovo
Ora, assordante cieco destino
inaccettabile approdo per menti protette
da visioni fanatiche
instauri il tuo falso potere.
Dio è un rimedio, il solo
per questo sconquasso di idee, di creatività,
di sorrisi, di tenerezza.
La tua mano sulla spalla, padrino e fratello
mare calmo d’estate
bambino che piange sdentato
pigrone imbottito di studio,
di ardori napoletani,
di tennis domenicali.
In Brasile correvi sulla spiaggia,
al Polo Nord pensavi,
a Pozzuoli studiavi
ma sempre tornavi al calore
della tua cameretta - stile navy -
mai voluta modificata.
Dal tempo e dalle ingiurie
paziente uomo e saggio ragazzo
non torni più.
In sogno, bruchi sentieri inesplorati
come quello di Monte Lupone.
Da Roma a Cori,
pochi chilometri,
quasi una nuotata nel cielo
sereno come tu quel giorno.
Qualche battuta spensierata,
un po’ di fame, un biscotto
e poi via nell’alto, in alto
per lidi abituali ma letali.
Un suono, un battito d’ali tremanti,
un’angoscia, perché?
Dio mio,
ma allora...
Poi un tonfo, un altro, e un lento
immergerti nel tutto.
Di fuori preghiere, sospiri, lacrime, sangue.
Di dentro, solo tu, il tuo silenzio, la tua rabbia.
Il verbo al passato è declinato,
al futuro, al futuro immaginavi tu.
La tua cameretta,
i compagni, le adunate, il silenzio.
La notte, Brondi e Mammetti
Mora e quell’idiota di...
Poi un urlo di liberazione, Evviva...
l’America, il Texas, Mather, Ghedi, Cranwell, Sleaford,
le lunghe lucide elucubrazioni aeronautiche,
i brevetti, i diplomi di nostalgia intrisi,
qualche fetta di cocomero
e le preghiere, so anche questo,
per allontanare il male
con la m minuscola,
per un Maggiore dal 9-8-’97
ma Capitano per tutti noi,
per mamma, per papà, per Flavia. Per me.
Bandiera familiare,
vessillo d’orgoglio,
Top Gun di versi anticipati,
camicia di forza di ferree consuetudini,
volavi per un destino diverso,
per prospettive intraviste, in un futuro migliore.
Aborrivi la mafia, fratello maggiore,
detestavi la superficialità e tante altre cose
ma le amavi quasi tutte quelle che ti concesse
la vita di trentadueannicinquemesidiciannovegiorniequalcheora,
da quel Venerdì 19 Febbraio 1965
a quell’odioso - eppur col tempo amico -
Venerdì 8 Agosto 1997.
Le lusinghe rimarranno,
i rimorsi ostacoleranno il destino,
la forza di ieri
emergerà inattesa in gemiti attesi,
i drammi paterni affievoliranno
i candori materni esiteranno
i bagliori fraterni stempereranno.
Un muso inatteso,
una vertigine raggelata per un precoce talento,
oso assaporare impaziente.
Ma le perplessità permangono,
il fato oscuro e tenace
morde la preda più valorosa del branco.
Insospettabile alchimia indesiderata,
uggiosa valvola di sfogo,
per terapeutici approcci meticolosi,
inaccettabile empito di libertà,
stonata sicurezza di volo
in una caccia al tesoro.
Addio, misurata altitudine,
addio squilli notturni,
addio raggi di sole dalle vetrate celate.
Eeeeeeh!
Il tuo saluto familiare ed atteso,
il tuo orgoglioso smisurato valore.
Ingegnere del tempo e dello spazio,
all’insaputa di molti,
svettavi incompiuto e compreso dal tramonto più arduo
.

Fabio


(6-1-1998, ore 13.05, in treno verso Roma)

 

 

 

 

 IL DESTINO-  ( a BAMBI)


Sei tu,

il blu dei tuo occhi

nei miei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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