"I GIOVANI ED IL TEATRO"

di Fabio Poggiali

    La crisi è stata crisi essenzialmente di trasformazioni politiche, ideologiche che mutavano caratteri di fissità opaca, ingombrante, e che forse hanno dato nuova linfa creatrice agli autori, ad attori e registi, nonché al pubblico come memoria ed illusione.
    Essendo giovane ed interessato all’argomento teatro, credo che un mio compito sia quello di capire la mia diversità - nei confronti dei miei coetanei - nell’amare e fare teatro, nonché quello di cercare, attraverso il mio lavoro d’attore e di studioso, di far diminuire quella allarmante percentuale, riportata da una recente statistica, del 90%, nella quale rientrano i giovani che non vanno a teatro. Chiediamoci il perché.
    La società italiana, oggi, si occupa pochissimo di teatro. E per società intendo lo Stato, le scuole, le università, l’informazione giornalistica e televisiva. Un giovane di diciotto-venti anni si diploma nelle scuole superiori conoscendo più o meno bene Manzoni, ma avendo un’assoluta ignoranza di Shakespeare, di Goethe, di Goldoni ed in generale di tutto il teatro mondiale da Sofocle a Dario Fo, compreso il teatro di Pirandello. Non esistendo nelle scuole secondarie lezioni di teatro e di drammaturgia, il giovane deve essere toccato dalle ali di Mercurio e volare, in solitudine, alla ricerca di testi, di poesie, di scritti teatrali o di scuole specifiche. Questo è stato anche il mio percorso.
    Nella maggior parte delle Università italiane si ignora, tranne in alcuni casi, la disciplina teatrale. Nei Paesi anglosassoni, al contrario che in Italia, - è risaputo - ci sono scuole di recitazione adeguate nei college ed efficienti teatri universitari.
    Mi ritengo fortunato e sono cosciente di essere un caso insolito nel teatro italiano, per aver interpretato, in palcoscenico, il ruolo del protagonista nella stessa età che l’autore prevedeva per esso: come all’estero è consuetudine ed in Italia eccezione.
    Trovo assurdo ed iniquo - in termini sportivi una falsa partenza - consentire che nel teatro italiano, pubblico e privato, personaggi anagraficamente in verde età come, ad esempio "Amleto" di Shakespeare o "Caligola" di Camus "il Misantropo" di Moliere siano appannaggio quasi esclusivo di attori stagionati: questo vuol dire sbagliare l’impostazione di uno spettacolo e tradire le intenzioni dell’autore, perché questi immaginava sulla scena un giovane; con le sue virtù, i suoi limiti, i suoi difetti, ma caratteristici proprio dell’età giovanile.
    Credo che uno dei motivi per cui i giovani rifiutino il teatro sia proprio la mancata immedesimazione con chi è in scena e con le storie da essi rappresentate.
    C’è da augurarsi che in futuro - anche in Italia - un giovane attore o regista che abbia le capacità possa dimostrarle, come avviene in Germania, in Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti: Paesi molto più evoluti per quanto riguarda la fiducia ai talenti emergenti e l’attenzione alla cultura ed al teatro, anche nelle scuole.
    Un’ultima osservazione: in Italia, l’organo a più diretto contatto con le masse dei giovani, la televisione, non fornisce notizie a chi ama il teatro, figuriamoci a chi non lo conosce. Esistono rubriche di informazioni sul cinema, ma non sul teatro che si limita ad apparire in tv soltanto come registrazione di uno spettacolo, all’interno di "Palcoscenico"della RAI.
    A mio avviso, è semplicemente scandaloso che la tivù pubblica conceda dirette sportive di partite di biliardo, per non parlare degli sport maggiori, e non abbia all’interno di tutti i suoi palinsesti un solo programma di informazione e/o di divulgazione della cultura teatrale e, conseguentemente, non si occupi delle maggiori manifestazioni teatrali del nostro Paese.
    Vorrei concludere esortando i giovani ad andare a teatro per capire un po’ meglio il mistero della vita ed i meno giovani a riflettere su questa frase del grande poeta Federico Garcia Lorca: "Il Paese che non aiuti né stimoli il suo Teatro o è morto o è moribondo".

 

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